Potere d’ufficio del giudice del lavoro in materia probatoria: l’orientamento della Suprema Corte

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Nell’articolo pubblicato il 7 maggio sul portale MySolution, il senior parner Luca Daffra commenta una recente ordinanza della Corte di Cassazione che ha ribaltato l’esito dei due precedenti gradi di giudizio.

La questione verteva sull’opposizione da parte di una società alla cartella esattoriale ricevuta, nella quale l’INPS rilevava l’omissione di versamento di contributi previdenziali dai quali la società si riteneva esonerata.

La Corte territoriale aveva ritenuto inammissibili sia la documentazione che la società aveva allegato tardivamente, sia la formulazione di ulteriori capitoli di prova aventi ad oggetto fatti costitutivi della pretesa azionata dalla società.

La Suprema Corte ha richiamato la sentenza 20 aprile 2005 n. 8202, nella quale le Sezioni Unite hanno chiarito che è ammesso il deposito di documenti in momento successivo al deposito della memoria di costituzione se tale produzione ha ad oggetto circostanze decisive. Infatti, lo stringente regime delle preclusioni previsto nel rito del lavoro “trova un contemperamento – ispirato all’esigenza della ricerca della verità materiale, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro“.

Questo principio viene estrapolato dall’avv. Daffra nel suo commento critico alla sentenza: essendo l’accertamento della verità “materiale” il fine ultimo del processo del lavoro, il giudice non può trincerarsi dietro la meccanica applicazione del regime delle preclusioni, ma deve fare ricorso al proprio potere d’ufficio in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova.