Doppia retribuzione al lavoratore ceduto a seguito di trasferimento d’azienda dichiarato illegittimo?

È in corso di pubblicazione a cura di Euroconference Edizioni il commento che la d.ssa Roberta Villani del nostro Studio ha scritto sulla sentenza n. 29 del 28 febbraio 2019 della Corte Costituzionale,  sull’annosa questione relativa alla natura retributiva o risarcitoria delle somme spettanti al lavoratore che, dopo aver offerto la prestazione a seguito della declaratoria giudiziale di illecita interposizione di manodopera, non è stato riammesso in servizio.

Nel commento, la cui intera versione è scaricabile qui, Roberta Villani sottolinea come i giudici di legittimità abbiano ricondotto l’articolo 27 del D. Lgs. 276/2003 ai principi del diritto comune, e in particolare alla disciplina dettata dall’art. 1180 c.c., comma 1, e art. 2036 c.c., comma 3, che regolano l’adempimento del terzo e l’indebito soggettivo, e abbiano quindi ribadito la portata dell’efficacia satisfattiva del pagamento del terzo. Con riferimento alla fattispecie in esame, nella cessione del ramo di azienda si ha la sostituzione del cedente con il cessionario, pertanto il rapporto giuridico rimane inalterato nei suoi elementi oggettivi – salvo eccezione la cui prova deve essere fornita dalla parte interessata – quindi, una sola è la prestazione lavorativa che il lavoratore svolge nel ramo (illegittimamente) ceduto. Pertanto il pagamento del cessionario costituisce un pagamento consapevole, effettuato da un soggetto che non è il vero creditore della prestazione e dunque un adempimento del terzo cui consegue la liberazione del vero obbligato, in applicazione dell’art. 1180 c.c. Di conseguenza il lavoratore non potrà ottenere dal cedente la medesima retribuzione già corrispostagli dal cessionario, ma solo le differenze rispetto a quanto avrebbe percepito alle dipendenze del primo. Giova rilevare che in tal senso si sono pronunciate anche più recenti sentenze della Cassazione – Cass. 31 maggio 2018 n. 14019 e Cass. 1° giugno 2018 n. 14136 – che sono state richiamate proprio nella sentenza n. 29 del 2019 della Corte Costituzionale, quali espressioni del nuovo “diritto vivente” idoneo a far cadere i dubbi di costituzionalità sollevati dalla Corte di Appello di Roma.